IL TAPPETO “ROSSO” DELL’ACCOGLIENZA

La Sapienza rivendica ad alta voce i suoi valori antifascisti, celebrando con una manifestazione e un seminario l’azione di Mimmo Lucano

Un’onda straripante rossa contro uno scoglio nero. No, non stiamo alludendo all’imminente stagione balneare con una tavolozza di colori a fianco, bensì ai recenti accadimenti alla Sapienza. Testimoniata proprio da un allegorico fumogeno rosso durante le parole di Mimmo Lucano, la contro-manifestazione di lunedì 13 maggio non passerà inosservata, perché ha confermato la resistenza universitaria, già intravista nel “Teppa Fest” di pochi giorni fa. Bandiere, slogan e urla son “fischiate” fra le vie della Città Universitaria in una giornata metereologicamente variabile che anteponeva l’imposizione del silenzio di FN contro la libertà di parola rivendicata dai collettivi antifascisti. Il (s)oggetto del desiderio è stato Mimmo Lucano, invitato in un seminario sul tema delle convivenze nel corso di Antropologia, ma osteggiato dall’estrema destra capitolina. Ed è proprio da questo potenziale ‘bavaglio culturale’ che è scattata la rivolta antifascista, capace di riempire totalmente Piazzale Aldo Moro e scortare l’amministratore calabrese fino all’Aula I della facoltà di Lettere e Filosofia, al grido di «Siamo tutti Mimmo Lucano». «Sono uno di voi», ha ribadito il sindaco dalle mura accademiche, con quello stile rustico e quel sorriso tirato per la paura di possibili atti di violenza. Entrato nel suo ‘bunker rosso’, assieme al Rettore Eugenio Gaudio e altre personalità illustri, come lo scrittore Vito Teti, l’emozione collettiva è sfociata in un nevrotico giro di flash e cineprese per ogni sua parola, eclissando parzialmente gli altri ospiti, se non nella rivendicazione dei diritti antifascisti («A chi dice che dobbiamo tacere, alzeremo la voce due volte di più») e nella difesa a spada tratta dell’azione di Lucano («Incarna l’identità del fare e disturba perché ha fatto»).
A microfono aperto, il sindaco “sospeso” ha ribadito il peso delle responsabilità, il suo attaccamento per Riace, ma soprattutto il tema centrale dell’accoglienza, evidenziato in quel consiglio umanitario «se siamo accoglienti, riusciamo a capire chi abbiamo davanti». Oltre ai vessilli ‘solidali’, è stata ripercorsa la sua carriera involontariamente politica, avviata nel 2004 «senza rendermene conto», fino al 2015, quando la comunità straniera era maggiore di quella italiana. Passi importanti e talvolta tragici, come l’accenno a tutti coloro che si son visti deviare la rotta verso San Ferdinando, perché «ci vogliono insegnare che non c’è un’alternativa alla disumanità, al razzismo, al fascismo». La soluzione? Non va cercata, secondo Lucano, nella «commiserazione, ma nella giustizia», la stessa che ci dovrebbe rendere eguali, senza alcuna distinzione. Come ottenerla? Attraverso «la forza – in ogni occasione di dibattito – di poter convincere almeno una persona ad essere umano», così come sperato sul finale da Lucano e così avvenuto, fra applausi scroscianti e il coro unanime di “Bella Ciao”. 

Luca Vincenzo Fortunato

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