Luigi Garlando, dalla Gazzetta dello sport al successo della narrativa per ragazzi

Ha ereditato la storica rubrica di Cannavò sulla Gazzetta dello Sport, ha seguito i mondiali del 2006 vivendo in prima persona le emozioni del successo azzurro e da anni si diverte, come dice lui, a scrivere libri per ragazzi.

Dopo l’enorme successo della serie “Gol”, ha scritto su tematiche difficili come quelle mafiose raccontando la storia di Falcone in “Per questo mi chiamo Giovanni”. Luigi Garlando ci racconta la sua passione per la scrittura e gli aneddoti più divertenti della sua carriera da giornalista. Giornalista e scrittore. Come avviene il passaggio tra le due professioni? Ho sempre amato la lettura, poi mi è piaciuto provare a scrivere una storia. E’ stato per me il gioco più bello del mondo e vi ho orientato tutta la mia carriera. Fare il giornalista è però decisamente più facile rispetto a fare lo scrittore. Alla Gazzetta dello Sport hai ereditato la rubrica di Candido Cannavò, cosa ha significato per te? Per me è stata la più grande soddisfazione per l’ammirazione che avevo. E’ lui che mi ha assunto, io sono giornalista
per come l’ha fatto lui. Vuol dire soprattutto due cose: passione e interpretare questo mestiere come una ragione di vita. Ricordo Candido alle olimpiadi di Pechino 2008, a più di 70 anni, prendere una macchina da golf scoperta per raggiungere il campo di una finale sotto delle secchiate d’acqua pazzesche. Di lui ammiro oltre alla passione, la schiena dritta. Candido ha sempre scritto la cosa giusta. Il tuo libro per ragazzi “Per questo mi chiamo Giovanni” racconta la storia di Falcone ad un pubblico di giovanissimi per educare alla lotta all’omertà e alla mafia. L’omertà è spesso anche all’interno delle università, spesso si parla di concorsi truccati o di favoritismi che tutti sanno ma di cui nessuno denuncia. Più che i bambini, il tuo libro dovrebbero leggerlo anche gli adulti… Condivido quello che pensava Falcone che trovava sempre il tempo per parlare ai ragazzi. Educare i cittadini di domani alla legalità e alla lotta alla mafia è la cosa migliore. Il mio libro serve anche a questo, a una battaglia a lunga scadenza dove anche nelle università si cominci a fare carriera per merito. Un consiglio per uno studente che studia e vorrebbe diventare giornalista o scrittore? Leggere tanto, avere curiosità, orecchie tese e occhi spalancati. Questo mestiere si fa solo con passione, senza pensare che le domeniche saranno occupate. Se questo non ti pesa e hai voglia di correre dei rischi si può fare. C’è sempre il luogo comune che il giornalismo stia morendo ma non è così, il giornalismo ci sarà sempre. Forse cambierà ma la necessità di informare e interpretare quello che succede ci sarà sempre, i giornali stanno diventando più di opinione ma il giornalismo rimarrà vivo e si modificherà. Hai seguito la campagna della nazionale azzurra del 2006 in Germania conclusasi con la vittoria dei mondiali. Qual è stato il momento che ricordi con più piacere? La semifinale contro la Germania. Dovevo fare un pezzo sul protagonista della partita. Un collega si occupava del resoconto, uno degli spogliatoi e io dovevo scegliere il protagonista. Al 120’ eravamo 0-0 e io non avevo scritto una riga ed era mezzanotte. E’ stato il momento di maggiore stress della mia carriera. Poi Pirlo fa quel passaggio a Grosso e io mi alzo esultando come se stessi in curva. Nel muovermi rovescio il bicchiere sulla tastiera e il computer si spegne. Grazie a Dio è ripartito, d’altronde era una notte da miracoli, e ho scritto le 70 righe più veloci di tutta la mia vita.

Luca Basiliotti

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