Però non chiamateli “rave”

Dopo la proiezione di “Sulla mia pelle”, la Sapienza è stata teatro di un nuovo partecipato “party”, anche questo di successo, non autorizzato. Non sono autorizzati, alle volte si chiede una piccola quota di partecipazione e vengono venduti alcolici. E’ vero ma gli eventi organizzati dai collettivi meno istituzionalizzati della Sapienza sono un successo in termini di partecipazione. Ha stupito la quantità di persone che si sono riversati sul “pratone”, più di un mese fa, in occasione della proiezione “pirata” del film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. In quell’occasione, data la sensibilità della tematica e la folla oceanica, sono finite in secondo piano tutte le polemiche sul proiettare un film appena uscito su Netflix e acquistato da alcune sale cinematografiche. Sempre promosso da Sapienza Clandestina, l’ultimo incontro in ateneo è stato il Sapienza Trash Night. Una serata all’insegna della musica che i promotori difendo come momento di massima condivisione all’interno dell’università. «È stato importante ricominciare quest’anno accademico con momenti come quello della proiezione del film di Stefano Cucchi o come la serata di ieri. Non permetteremo di far chiudere spazi e momenti di socialità dentro l’università. La condivisione diventa necessità in queste quattro mura che sono lo specchio fedele di chi al di fuori ci vuole lobotomizzati e asettici, per quanto la formale etichetta “università pubblica” dica nel suo statuto il contrario.» Si legge sulla pagina del collettivo. Sembrerebbe che la Sapienza stia cercando di arginare gli eventi che non sono autorizzati ma anche in questo caso nulla ha impedito la realizzazione del party. E’ chiaro che deve essere la Sapienza a dover autorizzare le attività interne ai suoi spazi verificando che vengano rispettate le norme di sicurezza, controllando se ci sia lucro e da parte di chi. Rimane però da fare una riflessione. Eventi come questi nascondono una necessità da parte degli studenti, quella di condividere e di socializzare all’interno dell’università in maniera meno istituzionale. Se da un lato rimane impensabile che si svolgano “feste” senza il consenso dell’ateneo – su questo i collettivi dovrebbero iniziare a collaborare con Sapienza- dall’altro è doveroso da parte di Sapienza dialogare e aprirsi alle esigenze ludiche dei propri studenti che si dimostrano in grado di intercettare le esigenze e di organizzare eventi che ad oggi non hanno creato rischi collaterali.

 

Luca Basiliotti

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