Da Bossi a Grillo: basta valore legale della laurea

Non è presente nel contratto di governo ma la deputata pentastellata Maria Pallini ha depositato una proposta di legge che prevede «il divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici». La tematica ricorre spesso e soprattutto sembra legare indissolubilmente i due storici fondatori dei partiti/movimenti al governo- Bossi e Grillo- con la connivenza di chi li ha succeduti. L’abolizione del valore legale della laurea nei bandi dei concorsi pubblici, seppur non presente all’interno del contratto di governo, sembra essere tra gli argomenti principali di questa legislatura. Infatti il 31 luglio la deputata pentastellata Pallini ha depositato la proposta di legge a riguardo spiegando: «l’obiettivo non è modificare o in alcun modo ledere il principio di meritocrazia né quello di consentire l’accesso nella pubblica amministrazione a personale inadeguato e carente di competenze, ma semplicemente rispecchiare in pieno i princìpi costituzionali di uguaglianza e di libertà». Alla base del concetto, un po’ macchinoso, si taglia la considerazione che il valore degli atenei italiani sia diverso, da nord a sud, per risultati qualitativi. Insomma si pensa che una stessa laurea non abbia lo stesso valore se conseguita in atenei diversi. Si riaffaccia dunque la considerazione di atenei di serie A e di serie B, tra come li definì anche Renzi in visita al Politecnico di Torino. A spiegarlo meglio è il sito della Lega che nel 2013 pubblicava sotto la voce Welfare: «Oggi una laurea presa in una qualsiasi Università italiana ha lo stesso identico valore, ma sappiamo bene che diversi Atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media. Questo squilibrio provoca la mancanza di concorrenza tra Atenei, ma soprattutto si ripercuote sul meccanismo dei concorsi pubblici che penalizza sistematicamente chi proviene dalle Università del Nord».

Luca Basiliotti

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