Galeffi, da studente Sapienza a Maciste Dischi

Marco Cantagalli, in arte “Galeffi” dal cognome materno, è un cantautore romano indie (è un genere musicale di origine anglofona, in Italia riconoscibile per l’uso di testi a metà tra il malinconico crepuscolare e il furore sociale, musicato acusticamente o elettro-pop), zona Monte Sacro e classe ‘91, ha firmato presso la Maciste Dischi (che promuove band e cantautori emergenti come Canova e Gazzelle). È anche uno studente di “Editoria e scrittura” alla Sapienza di Roma, proveniente da un triennio a Roma Tre al “DAMS”. Con noi in questo mensile di gennaio per una breve chiacchierata sul suo passato da studente e presente da musicista, opinioni e speranze sul proprio futuro nella speranza che esso possa consigliare quello di altri studenti musici.

Ciao Marco, innanzitutto complimenti per il tuo traguardo; complimenti doppi, a pensare che sei anche laureato, mostrando che una scelta non per forza esclude l’altra. Vuoi parlarci bene del tuo rapporto tra l’università e la musica, aporetico o complementare?
«Non ho un rapporto equilibrato con l’università, vado a fasi alterne. Da periodi in cui mi chiudo ad altri in cui la lascio decisamente andare. Il sistema universitario deve cambiare in Italia perché così è fine a se stesso. Bisognerebbe investire di più. In verità non c’è tutto questo rapporto fra musica e università, almeno per me. »

Una tua dichiarazione per www.dlso.it (intervista di L. Ghilardi, 27.11) sul tuo singolo “Occhiaie” mi ha suggestionato: un “inno … alla dipendenza che hai dell’altro, … esiste solo il presente”. Esalti dunque, implicitamente esortandola, la dipendenza del sé dall’Altro: sei proprio sicuro sia un bene, nonostante che sia diventato il mood giovanile degli ultimi decenni, eternamente presenti e vuoti?
«Non mi piace giudicare cosa è bene o male, so solo che per me funziona così alla fine. Se sto in fissa per qualcosa non mi risparmio quasi mai. Bisogna conviverci, tanto la perfezione è utopia e noia autoreferenziale.»

Sei certamente il cantautore vocalmente più “tecnico” nella tua etichetta “Maciste Dischi”, se ha ancora un valore la perizia; sorprende a pensare al clima indie italiano, la cui forza è il testo e a volte proprio il “solfeggio cantato”, oserei. Che poi la tecnica (l’intonazione…) sia qualcosa che venga dopo “il cuore”, è stato fatto credere dai talent: Mina sarebbe stata Mina? Eppure, Britney Spears ha fatto più soldi…
«Non c’è una regola fissa, ognuno è la miscela fra quello che è, quello che scrive e il modo in cui canta e trasmette quello che ha dentro. Sbagliato pensare solo al testo, solo alla voce o solo al personaggio. Limita un po’ la magia che c’è dietro una canzone.»

Chiudiamo sulla prima domanda, Marco: cosa consiglieresti a un universitario con la passione (e il talento!) per la musica? E quali sono i pro e i contro di avere un contratto discografico rapportandolo ai bisogni (quali, poi?) di un ventenne del 2018? Grazie ancora, e alla tua prossima data romana primaverile!
«Sicuramente consiglio a tutti di fare sempre e comunque, fare fare e fare. Bisogna buttarsi nelle passioni che uno ha, ma con ambizione e non a vanvera. Non è mai buono improvvisare, le basi ci devono essere sempre. Bisogna avere pazienza, lungimiranza, ma soprattutto fede e autocritica. Per quanto riguarda il contratto discografico dipende da che contratto ti offrono, dipende dagli obiettivi, dalle risorse, dalla progettualità. Quindi, prima regola di un contratto, è leggerlo bene. Ci vediamo in giro, magari pure a Sapienza.»

Emiliano Sciuba

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